Rocco e le 13 parole dell'estate

Rocco e le 13 parole dell’estate

Sotto un ombrellone qualsiasi, in una spiaggia qualsiasi d’Italia, c’è un uomo in canotta bianca, occhiali da sole a specchio e cappellino di carta di giornale. Sa tutto di tutto, e lo spiega a chiunque passi davanti alla sua sdraio.

L’ho raccontato per tutta l’estate e non gli ho mai dato un nome. È Rocco!

E Rocco non è una novità di quest’anno. È già stato commissario tecnico della nazionale, esperto di spread, epidemiologo, presidente del consiglio e consulente per i rapporti con la Casa Bianca. Ogni estate l’Italia si laurea in qualcosa, e lui è sempre nella prima sessione. Quest’anno tocca all’AI.

Con una differenza che conta. Sul modulo della nazionale si può sbagliare tutta l’estate senza che succeda niente a nessuno. Le parole di quest’anno, invece, a settembre tornano in ufficio, e lì cominciano a comandare decisioni vere.

Rocco non è antipatico e non è stupido. In spiaggia ci è arrivato con addosso sei mesi di rumore. Ha letto sui social, ha guardato i servizi al telegiornale, si è fatto girare gli articoli sulle chat. Un giorno l’AI ci sostituisce tutti, il giorno dopo è una bolla che sta per scoppiare. Un giorno è pericolosissima, il giorno dopo è solo statistica con l’ufficio stampa. Segnali forti, contrastanti, quasi tutti pronunciati con la stessa identica sicurezza.

Con quel materiale una posizione te la costruisci per forza, perché stare dentro al rumore senza una posizione è sfiancante. E la sicurezza è la scorciatoia più umana che ci sia: quando le voci si contraddicono, chi ne sceglie una e la dice forte smette di sentirsi in balìa.

Ecco chi è Rocco. Non uno che ha capito male. Uno che ha messo ordine come poteva, con quello che aveva.

Un angolo di Rocco quest’estate ce l’abbiamo avuto tutti, su qualche parola. Io per primo, su un paio di queste tredici, prima di andarci a fondo per scriverne.

Quindi eccogli l’attrezzatura. Tredici parole, tre righe l’una: quello che si dice, quello che non si dice, e la domanda da tenersi in tasca.

Ognuna di queste tredici ha avuto un post tutto suo quest’estate. Se dopo tre righe ti resta la voglia, in fondo trovi la versione lunga.


Il vademecum

Prompt engineering

  • Si dice: esiste il prompt perfetto, bastano le parole giuste.
  • Non si dice: non ci sono incantesimi. C’è dire cosa vuoi, e dove non lo dici il vuoto lo riempie lei, a caso.
  • La domanda giusta: quali due o tre dettagli, se glieli dico, cambiano davvero la risposta?

Agenti

  • Si dice: un robot autonomo che fa tutto al posto tuo.
  • Non si dice: è un prompt con degli strumenti e un margine di autonomia. Dal prompt all’agente non guadagni solo capacità, guadagni conseguenze.
  • La domanda giusta: cosa può toccare, e quanto lo lascio decidere? E se non so rispondere, sto delegando o sto scommettendo?

Loop

  • Si dice: l’AI che si corregge da sola e migliora a ogni giro, mentre tu prendi il sole.
  • Non si dice: funziona solo se qualcosa le sussurra “fuochino”. Misura netta, il giro dopo è migliore. Misura vaga, il giro dopo è soltanto diverso.
  • La domanda giusta: chi le sussurra “fuochino”, e quanto mi costa sussurrarglielo ogni volta?

Training e cut-off

  • Si dice: impara mentre la uso, si aggiorna da sola.
  • Non si dice: è una fotografia congelata a una data. Cieca in avanti nel tempo, e cieca su di te. Dove non sa, non tace: riempie.
  • La domanda giusta: cosa deve sapere di me e del mio lavoro, che non può sapere da sola?

Memoria

  • Si dice: si ricorda di me, quindi mi conosce.
  • Non si dice: non ricorda, rilegge. Qualcuno tiene una scheda su di te e gliela reincolla un attimo prima di ogni risposta.
  • La domanda giusta: chi tiene quella scheda, cosa c’è scritto, e l’ho mai scritta io?

System prompt

  • Si dice: questa AI è educata, quell’altra è ruvida, hanno un carattere.
  • Non si dice: il carattere è un foglietto di istruzioni scritto dal fornitore e infilato a ogni chiamata. Stesso modello, foglietti diversi, caratteri opposti.
  • La domanda giusta: di chi è lo strato che sta tra me e la macchina, e cosa le sta chiedendo?

GDPR

  • Si dice: o non si può usare per via della privacy, o chi vuoi che legga le mie chat.
  • Non si dice: non c’è un muro, c’è una catena di persone e organizzazioni che si comportano bene. E una catena lunga non tiene mai al cento per cento.
  • La domanda giusta: quanto mi fa male se esce, e quanto fa gola a qualcun altro?

Finestra di contesto

  • Si dice: carico tutto quello che mi riguarda e finalmente sa tutto.
  • Non si dice: non è una finestra, è uno zaino con un fondo, e il fornitore l’ha già riempito a metà con roba sua. Di più è di meno.
  • La domanda giusta: cosa ci metto, in che ordine, e soprattutto cosa lascio fuori?

Token

  • Si dice: una voce della bolletta da tenere d’occhio.
  • Non si dice: è il modo in cui l’AI legge. Blocchi di caratteri diventati numeri, non lettere. Per questo non sa contare le R di fragola, e per questo paghi il pensiero a peso.
  • La domanda giusta: sto pagando contesto che serve, o peso che ho caricato per pigrizia?

Allucinazione e bias

  • Si dice: un bug occasionale, la prossima versione lo sistemerà.
  • Non si dice: è il motore, non il guasto. Produce sempre il più plausibile: quando coincide col vero lo chiamiamo risposta giusta, quando non coincide lo chiamiamo allucinazione. E non ha modo di dirti in quale dei due casi ti trovi.
  • La domanda giusta: invece di chiedermi perché ha sbagliato, come faccio a verificare?

AGI

  • Si dice: ci arriviamo tra due anni. No, cinque. È già qui e non ce ne accorgiamo.
  • Non si dice: è una soglia che nessuno sa disegnare, prodotta da un processo che nemmeno chi lo costruisce sa spiegare fino in fondo. Una previsione al quadrato.
  • La domanda giusta: cosa vende chi mi sta dando questa data?

Reddito universale

  • Si dice: l’AI produrrà abbondanza, e poi ci daranno un reddito.
  • Non si dice: non rendi tutti ricchi rendendo tutto abbondante. La scarsità non sparisce, cambia indirizzo.
  • La domanda giusta: cosa resterà scarso, e chi ce l’ha già in mano?

AI Act

  • Si dice: burocrazia europea che vieta, frena e arriva sempre in ritardo.
  • Non si dice: non regola l’AI, regola il raggio d’azione. Più la conseguenza è grande e irreversibile, più deve restarci un umano che risponde.
  • La domanda giusta: cosa succede il giorno che sbaglia con sicurezza, e chi paga?

Tre settimane dopo

Rocco è ancora sotto l’ombrellone. Stessa canotta, stessa sdraio, abbronzatura leggermente peggiorata. Ma qualcosa si è mosso.

Non è che sappia molte più cose di prima. Ne sa tredici, e tredici parole non sono un patrimonio. È cambiato il modo in cui sta dentro al rumore. Prima, quando arrivava un titolo, doveva decidere se crederci. Adesso, quando arriva un titolo, ha una domanda da fargli. È molto meno comodo e funziona molto meglio: la sicurezza gli dava il controllo per finta, le domande gliene danno un pezzo vero.

Poi succede la cosa interessante. Le parole cominciano a puntare da un’altra parte.

Finché si dice “l’AI ci sostituirà” si sta parlando di un dibattito, e i dibattiti sono comodi perché non chiedono niente a nessuno. Ma Rocco legge “agente” e non pensa più al robot della fantascienza: pensa ai preventivi che nel suo ufficio si rifanno da capo tutte le settimane. Legge che un loop vale quanto la sua misura e si chiede come faccia, oggi, a sapere se un lavoro è andato bene, e la risposta onesta è che lo sa a sensazione. Legge “chi paga il giorno che sbaglia con sicurezza” e non pensa più a Bruxelles: pensa al suo cliente più grosso.

E gli viene in mente una cosa che a giugno non avrebbe notato. In azienda l’AI è già entrata, e non l’ha portata nessun progetto: l’hanno portata le persone, una alla volta, ognuna col suo abbonamento pagato di tasca propria e il suo modo di usarla. C’è chi la usa benissimo, chi non la usa, chi la usa e preferisce non dirlo in giro.

Ci pensa un po’, sotto il suo ombrellone, e arriva dove doveva arrivare. N individui che in azienda usano l’AI non sono un’azienda di N individui che usa l’AI.

Ed è lì che si ferma, perché si accorge di una cosa scomoda: le tredici parole gli hanno insegnato a usare l’AI, e non gli hanno detto niente su come la usa un’azienda. Sono due problemi diversi. Il primo è alfabetizzazione, e in tre settimane di ombrellone si fa. Il secondo comincia dove finisce l’estate.

Una cosa però il vademecum gliela dice già, ed è la più utile di tutte. Le domande in fondo alle tredici schede, guardate tutte insieme, sono sempre le stesse tre. Cosa volevo ottenere. Come faccio a sapere se ci sono arrivato. Chi risponde se è sbagliato.

Su una persona sola pesano poco: quando sbagli, il danno è la tua mattinata. Dentro un processo pesano tutto, perché un processo si ripete, coinvolge gente che non era nella stanza quando l’hai disegnato, e arriva fino al cliente.

Poi Rocco alza gli occhi dal telefono e si guarda intorno. Sotto gli altri ombrelloni c’è la sua stessa estate, addosso a mestieri diversi.

C’è l’uomo in panama e camicia di lino che ogni venti minuti tira su il telefono dalla custodia impermeabile che porta al collo, lo guarda, lo rimette giù. C’è la donna con la maschera da snorkeling alzata sulla fronte da un’ora, attrezzatura perfetta, mai un tuffo. C’è quella che gioca a racchettoni come se fosse una finale, un punto ancora e basta, un punto ancora. E c’è quello che si è portato la borsa frigo da casa, perché al chiosco costa il triplo.

Le stesse tredici parole. Le stesse tre domande. E su ognuno di loro cadono in un punto diverso.

A giugno Rocco aveva una risposta per ogni cosa. Adesso ha una domanda buona per ogni cosa, e nessuna certezza in canotta.

Non è diventato un esperto. Ha smesso di esserlo.

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