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Memoria

Il modello è congelato, non sa niente di te. Poi apri ChatGPT e ti saluta per nome, sa su cosa lavori, ricorda come scrivi. Contraddizione?

No. È il trucco più elegante di tutta l’architettura.

Memoria.

Sotto l’ombrellone la spieghi così: si ricorda di me, quindi mi conosce. La mia scheda ce l’ha in testa.

Ma il modello resta quella fotografia raccontata nell’articolo scorso: ti incontra sempre per la prima volta. La memoria non è dentro di lui. Vive fuori, in un archivio tenuto dallo strumento che usi, sia esso ChatGPT o Claude. È una scheda su di te. E un attimo prima di ogni tua domanda, qualcuno gliela reincolla.

Immagina un genio smemorato e un assistente che, appena prima di ogni incontro, gli sussurra: “questo è Marco, lavora nel software, scrive così”. Il genio sembra riconoscerti. Non è vero. Ha appena letto un bigliettino.

Ricordare e rileggere non sono la stessa cosa. Lui rilegge.

Comodo: smetti di ripeterti chi sei a ogni chat. Ma quella scheda cresce, la tiene il fornitore, e si aggiorna con regole che non decidi tu. La stessa comodità che ti risparmia fatica è un dossier su di te. E se ci finisce un dettaglio sbagliato, avvelena in silenzio ogni risposta futura, perché il bigliettino non lo vedi passare ogni volta.

La buona notizia: il bigliettino puoi scriverlo tu. Dici una volta, bene, le cose che contano: chi sei, cosa fai, come vuoi le risposte. E lo strumento se le porta dietro. È una parte importante del “prompt engineering” già discusso: non progetti più il singolo messaggio, progetti il contesto che resta.

L’arma da portare a casa: l’AI non ti ricorda. Qualcuno le ripassa la tua scheda ogni volta. E’ il caso che sia chiaro chi la tiene, cosa c’è scritto, e a scriverci sopra quando serve.

Resta un dettaglio che fa venire un sospetto. Se un attimo prima di ogni risposta qualcuno le reinfila la mia scheda… non è che le infila anche altro? Roba che non ho messo io?

Eh sì, ci infila anche altro. E quello che ci infila non lo scegli tu.

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