Nell’ultimo articolo ho raccontato il tempo che passa mentre l’AI lavora. Da lì in avanti ci si divide in due. C’è chi resta a guardare e calcola quanta efficienza sta perdendo. E c’è chi parallelizza, e scopre che il conto glielo presenta il cervello, la sera.
Ho provato una terza strada. Mi sono scritto un prototipo che fa una cosa sola: mentre l’agente lavora, mi dice dove andare. Non sceglie meglio di me. Sceglie al posto mio, sulle priorità che gli ho dato prima.
Tre settimane di log, sette giornate di uso vero.
Il giro è sempre lo stesso. Leggo cosa ha prodotto l’agente sul primo lavoro, do il mio riscontro, rilancio, e mentre parte sono già sul secondo: leggo, rispondo, rilancio, sono sul terzo. Poi torno sul primo. Trecentoquattordici volte in sette giornate.
Dentro un giro la macchina lavora fra i cinque e i dieci minuti. Il mio pezzo, capire cosa ha fatto e rispondere, dura poco più di un minuto.
E qui si misura la cosa sbagliata. Gira un indice che calcola quanto tempo perdi ad aspettare l’AI, per dirti se ti conviene usarla. Quella gara è finita: cinque minuti di macchina più uno tuo, contro l’ora che ci mettevi prima. Conviene anche stando lì a fissare la barra.
La domanda vera viene dopo, e nessuno se la fa. Di quei sei minuti, uno solo è lavoro tuo. Aspettando li paghi tutti e sei: un fattore sei, e non è una stima, è una somma. Sulla giornata intera scende a due e mezzo, perché non tutto quello che faccio (per ora) sta dietro un agente. Basta comunque: quelle sette giornate, lavorate in serie, sarebbero state diciassette.
Dieci giornate. Buttate a guardare una barra che avanza. Nessuno resta a fissare la lavatrice per quaranta minuti, eppure davanti a un agente ci restiamo tutti: in casa sai sempre cosa c’è da fare, e lì no.
Il risultato me lo aspettavo. La sua forma no. In quelle giornate ho cambiato fronte nell’ottantasette per cento dei casi: quattrocentoventi salti, con zero secondi di attrito fra un gesto e il successivo, perché la scelta era già presa quando arrivavo. Il guadagno più grande sta lì, e si conta in decisioni risparmiate.
Zero secondi di orologio. Di testa no. Il carico del cambio resta, e in nessun log lo trovi: lo trovi la sera. Con una differenza che vale la fatica: è stanchezza di cose andate avanti.
Il tempo di attesa non si consuma. Si riempie. Decidi adesso con cosa, perché dentro l’attesa non decidi più.
