Sette posture davanti all’AI: Il Rinascimentale.
Lo riconosci da una frase: “guarda cosa riesco a fare adesso”. Lo dice un imprenditore che vent’anni fa scriveva codice e ha dovuto smettere per gestire l’azienda. Lo dice un CTO che ha lasciato la tastiera per le riunioni. Lo dice un product manager partito da ingegneria e finito tra le slide. Persone diverse. Stessa postura.
Ne sono un esemplare. Per metà della mia vita ho amato sviluppare software con le mie mani. Poi ho dovuto smettere: gestire un’azienda significa cedere il codice per fare quello che serve. Per dieci anni ho convissuto con la pace di chi ha rinunciato a una cosa che ama.
Con l’AI sono tornato. Non come si ricomincia da zero. Come si torna a un vecchio amore che ti accoglie. Azzerare il tempo tra idea e realizzazione è una sensazione mai provata prima. È il trionfo dell’esperienza: anni di mestiere alle spalle, finalmente uno strumento per realizzare quello che hai in testa.
Lo vedo negli altri Rinascimentali che incontro. Lo stesso slancio. La stessa luce. E lo stesso passaggio successivo, dopo qualche mese: come faccio a far fare agli altri quello che ho cominciato a fare io?
Comincia a passare i prompt agli sviluppatori che lavorano con lui. Spiega l’approccio. Mostra l’output. Quando provano da soli, alcuni si emozionano come lui. Altri no. Alcuni ottengono risultati simili. Altri no. E lui pensa: gli manca qualcosa.
Gli manca il Rinascimentale. Cioè quello che lui non si vede addosso: vent’anni di mestiere, di fiuto, di sviste già pagate. L’AI nelle sue mani è una leva perché c’è un braccio che la regge. Sotto altre mani la leva c’è. Manca il braccio.
Il punto cieco non è la mancanza di metodo. È credere di averne uno. Quello che il Rinascimentale chiama metodo è un’intuizione cucita sulla sua esperienza. Niente di trasferibile. E finché non se ne accorge, pensa che il problema siano gli altri.
Il Rinascimentale non fa scalare la produzione nell’azienda. L’azienda produce di più solo attraverso di lui.
