Sette posture davanti all’AI: Il Disorientato Onesto.
Mi chiama un ICT manager di una multinazionale che tutti citano tra le più innovative del settore. Quasi testuale: “Ho duecentomila euro di budget per l’AI. Non ho la più pallida idea di come usarli.”
Ho ascoltato, e ho pensato che fosse la frase più sana che sentissi sull’AI da mesi.
Ma il Disorientato Onesto non è lui. È una postura, e quell’ICT manager ne è solo un esemplare. Lo trovi nel CEO che in riunione ammette davanti al board di non averci capito molto. Nel professionista che ti dice “so che mi cambierà il mestiere, non so come”. Nel fondatore che ha letto tutto e si sente più confuso di prima. Ruoli diversi, lo stesso gesto: dire “non so” a voce alta, in una posizione che istituzionalmente premia il contrario.
Sono tanti. Più di quanti se ne vedano, perché quasi sempre il ruolo vieta di dirlo. Chi lo dice comunque ha scelto la maturità: ammettere la vulnerabilità prima di spenderla in scelte affrettate. Non è debolezza. È la postura più rispettabile delle sette.
Il punto cieco arriva dopo l’ammissione. Quando dici “non so”, il primo movimento è cercare chi sa. E chi sa, di solito, è chi risponde più forte: il fornitore col pacchetto completo, il consulente con la roadmap pronta, il preventivo che chiude la pratica. La risposta più chiara è quasi mai quella giusta. Quella giusta chiede di restare ancora un po’ nel non sapere, e di lavorare sulle domande prima che sulle scelte. Quale problema sto davvero risolvendo. Dove l’AI aggiunge valore, e dove sembra solo ovvio che dovrebbe.
Restare lì è la cosa meno comoda da fare. Ed è il punto esatto in cui l’onestà rischia di diventare lo sponsor della scelta sbagliata.
Ammettere di non sapere è la sua forza. Comprare la prima certezza che passa è la sua trappola.
P.S. nel prossimo post racconto il suo gemello: Il Disorientato Silenzioso. Quello che annuisce con autorità e ti manda dallo stagista.
