«In CDA vogliono l’AI. Io cosa porto, di preciso?»
A chiederlo è Cesare, amministratore delegato, in ferie da tre giorni. A rispondere è Rocco, l’esperto dell’ombrellone accanto, che non ci pensa nemmeno un secondo. «Facile. Licenze di Copilot, o ChatGPT, o Claude, per tutti. E a ognuno una copia del libro sul prompt engineering che ha scritto Marco. Due settimane e l’AI è atterrata in azienda.»
Cesare annuisce. È l’unico lì che parla chiaro.
Il libro l’ho scritto io. Veramente. Ma non con questo intento.
E Rocco non ha detto niente di sbagliato. Ha detto l’unica cosa che si può consegnare in due settimane: un piano che cita le parole giuste.
Prima di dire dove sbaglia lui devo dire dove ho sbattuto io. Nel 2024 ho radunato una ventina di colleghi in sala riunioni, un boccone in piedi, le slide, le demo. L’avevo chiamata “Lunch with AI”. Hanno ascoltato con attenzione educata, hanno fatto domande intelligenti, mi hanno ringraziato. Zero contagio. Solo che per settimane io avevo la mia prova che eravamo partiti: la sala era piena. Mi ci sono voluti mesi per capire che una sala piena è un segnale, e un segnale non è un risultato.
Cesare tira su il telefono dalla custodia impermeabile ogni venti minuti. Lo guarda. Lo rimette giù. In consiglio non gli hanno chiesto un numero, e lui non può tornare senza niente.
Le cose che può portare sono due, e non si ottengono nello stesso modo.
Licenze e formazione, nella migliore delle ipotesi, puntano a una cosa sola: cultura AI in azienda. Nella migliore delle ipotesi. E la cultura non arriva perché l’hai comprata.
Il risultato misurabile abita altrove. Abita nei processi, dentro il lavoro che si ripete tutte le mattine, e una licenza sulla scrivania di ognuno non ci arriva da sola.
Un consiglio soddisfatto e un’azienda silenziosa sono i sintomi di un progetto che sta funzionando. Ma sono anche i sintomi di uno in cui non è ancora cominciato niente.
Per il segnale basta una decisione e una comunicazione. Per il risultato serve una strategia. E quella di Rocco non lo è.
